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A fine marzo del 1972 venivano presentate ai Presidenti dei due rami del Parlamento le conclusioni tratte dalla Commissione d'inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna, istituita due anni e mezzo prima dopo una drammatica serie di atti malavitosi e criminali. Le scelte per una industrializzazione importata e le resistenze verso interventi estranei all'ambiente locale determineranno però lo scontro tra vecchio e nuovo.
di Paolo Fadda
Cadono in questi giorni trent'anni esatti dalla conclusione dei lavori della "Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna", istituita due anni e mezzo prima con la legge 755 del 27 ottobre 1969. Infatti, proprio il 29 marzo del 1972 il presidente della Commissione, sen. Giuseppe Medici, consegnava ai Presidenti dei due rami del Parlamento, Amintore Fanfani (Senato) e Sandro Pertini (Camera dei deputati), la relazione conclusiva che, "compiuta l'indagine necessaria per individuare le cause specifiche della tipica criminalità sarda, [presentava] le proposte che ritiene possano efficacemente contribuire a combatterla".
L'obiettivo dell'inchiesta era quello di dover individuare e rimuovere le ragioni che avevano portato nei quattro anni precedenti (1966-69) ad una escalation dei sequestri di persona (ben 34) e ad una recrudescenza dei fatti malavitosi (oltre 120 omicidi volontari e quasi 200 tra rapine ed estorsioni). Destavano ulteriore preoccupazione la presenza di oltre 130 latitanti nell'ambiente pastorale.
La situazione era divenuta così preoccupante che lo stesso Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, era intervenuto con un duro discorso (Nuoro, 8 maggio 1967) in cui aveva ammonito gli italiani che quanto accadeva nelle Barbagie non poteva essere considerato come un fatto marginale, locale, perché "tutto quel che accade in un angolo anche remoto del Paese investe tutto il Paese". Aveva invitato quindi Parlamento e Governo ad operare perché quella situazione di malessere sociale fosse "bonificata" con le più opportune riforme sociali.
In effetti l'invito della più alta autorità dello Stato era stata raccolta dal Parlamento, chiamato ad esaminare una proposta di legge per l'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta presentata (12 novembre 1968) dal deputato nuorese Ariuccio Carta. Lo scopo dell'indagine era quello di individuare le ragioni di quell'escalation di fatti malavitosi e criminali e, soprattutto, di proporre misure ed interventi atti a neutralizzare quel clima generale di insicurezza sociale.
Nell'ottobre del 1969 verrà infatti istituita la Commissione, con il compito non solo di analizzare le cause determinanti quei fenomeni criminosi, ma, soprattutto, di proporre al Parlamento tutti quegli interventi organici atti a rimuovere le condizioni di arretratezza sociale ed economica in cui versavano le zone interne dell'isola, a prevalente economia agro-pastorale. Composta da 15 Senatori e 15 Deputati, era presieduta dal sen. Medici e con i deputati Franco Zappa ed Ignazio Pirastu come vice presidenti. Dei trenta parlamentari, i sardi erano quattordici, otto deputati (Camba, Marracini, Pitzalis, Molè, Milia, Pazzaglia e Morgana, poi sostituito da Pirisi) e sei senatori (Castellaccio, Pala, Efisio Corrias, Girolamo Sotgiu, Cuccu e Deriu).
Come detto, la Commissione terminerà i suoi lavori dopo circa due anni e mezzo di lavori, impiegati in una intensa attività di monitoraggio e di analisi della complessa e tormentata situazione socio-economica della Sardegna interna. Le proposte formulate avevano indicato la necessità di realizzare "un integrale piano di sviluppo capace di investire in pieno il mondo agro-silvo-pastorale", puntando innanzitutto su un programma di industrializzazione che investisse "tutta la vita culturale e sociale delle comunità barbaricine" (vi è da ricordare che il ministro dell'interno ed il capo della polizia dell'epoca, senatore Taviani e prefetto Vicari, in visita nel nuorese nelle giornate calde di quegli anni, avevano suggerito l'apertura d'una fabbrica ad Orgosolo come antidoto al clima, malavitoso ed omertoso, prevalente in quella comunità).
L'attenzione riservata dall'opinione pubblica regionale ai contenuti ed alle conclusioni dell'inchiesta parlamentare (come può rilevarsi dalla lettura dei quotidiani del tempo) non risulterà di segno molto alto. Nonostante qualcuno avesse scritto, con enfasi un po' esuberante, che quanto proposto dalla Commissione Medici rappresentava "un'occasione storica" per la futura rinascita dell'isola, gran parte dei media e degli opinion maker locali ne avevano sottovalutato la portata, forse perché distratti dalle vicende legate alla drammatica morte di Giangiacomo Feltrinelli, ai suoi progetti di Che Guevara sardo (teorizzava la Sardegna come una Cuba del Mediterraneo e l'opportunità di stringere un'alleanza anticapitalistica tra banditi e operai dell'isola) ed all'arresto avvenuto in quegli stessi giorni del suo compagno d'avventure rivoluzionarie Giuseppe Saba.
Non vi è dubbio alcuno, però, che i documenti di lavoro della Commissione rappresentino ancor oggi uno straordinario materiale di conoscenza per rendersi conto del disagiato e fragile stato socio-economico dei territori e delle comunità della Sardegna interna ed ancora per meglio comprendere le ragioni di una propensione così diffusa verso la criminalità.
Si trovano elementi sufficienti per capire le difficoltà che quell'innesto delle regole della fabbrica avrebbe determinato in un ambiente rimasto ancora condizionato da modelli elementari di convivenza e di lavoro.
Lo stesso sen. Medici aveva lucidamente intuito la crisi possibile da quell'impatto "tra le tradizioni, le consuetudini, le credenze del mondo della Barbagia e le antagonistiche regole della società industrializzata". Non diversa sarebbe stata la preoccupazione di un intellettuale sardo attento e sensibile come Giovanni Lilliu: è indubbio, aveva osservato, che con gli investimenti industriali "si possa portare occupazione, si possa portare progresso, si possa rompere certamente l'isolamento. Tutto ciò porterà però allo scontro tra due culture: quella di fuori, egemone, quella di dentro subalterna ma non schiava, povera ma aggressiva".
Sarebbe stata proprio quell'aggressività, interpretata anche in chiave verbale se non proprio culturale, ad indurre alcuni maître à penser nostrani a ritenere le azioni malavitose e banditesche avvenute nelle zone agro-pastorali come "manifestazioni resistenziali alle spoliazioni forestiere ed alle vessazioni ed ai soprusi della colonizzazione capitalistica" in atto in quegli anni nell'isola dai grandi gruppi petrolchimici. Ed a far leva sulla balentìa degli ex pastori divenuti operai per dare vita ad una stagione d'anarchia sindacale fatta di ribellismo e di contestazioni a tutto campo.
Nella crociata antindustrialista di quei giorni si arriverà a bollare come un vero crimine antropologico la scomparsa del libero pastore in gambali e bonetto per risuscitarlo in operaio-suddito in tuta blu. Sotto lo slogan gridato di Sardegna colonia era stata riproposta, come ha scritto Girolamo Sotgiu, un'antica e velleitaria cultura di sinistra, più vicina alle emozioni terzomondiste che alle severità della lezione gramsciana.
C'è dunque il tanto per capire come le iniziative richieste e promosse dalla Commissione Medici per modificare l'ambiente sociale delle zone interne dell'isola avessero determinato molti e ripetuti casi di vero e proprio rigetto. Non sarebbe stato, per l'isola, una novità, dato che era storicamente provato il ribellismo allorquando "dall'esterno sono intervenute forze intese a modificare l'immobile retaggio dei padri".
Non vi è dubbio quindi che quanto qui ricordato rappresenti un aspetto emblematico della storia dell'industrializzazione in Sardegna dagli anni della "prima" Rinascita (legge 488 del 1962) fino alle conclusioni cui era giunta la Commissione Medici, dieci anni dopo.
Viene quindi da chiedersi, ricordando quelle vicende, se i giudizi e le conclusioni a cui erano giunti i parlamentari della Commissione siano ancora attuali, se cioè quel documento rifletta ancora casi e circostanze del malessere sociale della Sardegna d'oggi. Non vi è dubbio alcuno che talune indicazioni paiono obiettivamente "datate" (cioè non attuali), ma è anche vero che l'impianto generale del lavoro d'indagine consente di ottenere un'immagine della società isolana in cui è possibile riconoscerne le caratteristiche principali (così come in una vecchia foto di famiglia è sempre possibile, pur dopo trent'anni, riconoscere fisionomie di parenti ed amici).
Certo, molti dei protagonisti di allora non ci sono più, perché defunti (la SIR e Rovelli) o emigrati altrove (l'Eni), e dell'industrializzazione sperata sono rimaste solo molte ciminiere spente e tanti tristi rimpianti. Di contro, l'esperienza industriale - seppur breve e controversa - è riuscita a far emergere, in quei paesi del malessere, una nuova classe dirigente (politica, sindacale ed anche imprenditoriale) che ha maturato una nuova consapevolezza delle proprie responsabilità e dei propri doveri, prima ancora del diritto ad essere meglio sostenuto dagli interventi pubblici.
È rimasto però, inalterato, lo scenario complessivo, e talune delle osservazioni allora fatte paiono oggi ancor più attuali di ieri. Non vi è infatti molta differenza tra la criminalità "della ruspa e del bancomat" e quella del passato, indirizzata verso il ricatto e la grassazione. Né sembrano avere matrice criminosa differente le "spoliazioni" dei cacciatori istranzos o, ancor peggio, i continui attentati dinamitardi contro amministratori e sindaci. Per contro, un risveglio industriale (fatto di nuove fabbriche al posto dei vecchi ovili) sembra rimasta l'unica opzione valida per trovare un futuro ai troppi giovani inoccupati. Non sono neppure molti i segnali che fanno percepire una sostanziale modifica delle condizioni di vita e di lavoro all'interno delle comunità delle zone interne.
Anche per questo ci è parso ora importante ricordare quel trentennale nelle pagine di questa rivista per due ordini di ragioni:
Partendo da queste riflessioni si è inteso avviare una "rilettura" (in chiave storica) dei documenti della Commissione Medici, anche per dare conto di com'era la Sardegna all'inizio degli anni Settanta. Si è cosi partiti dagli stessi termini del problema come posti da quei parlamentari, cioè dalla verifica dell'effettiva esistenza di due Sardegne, una che cammina sulla via dello sviluppo ed un'altra rimasta incagliata nelle secche del passato. In effetti già da allora al rapido sviluppo dell'economia urbana (come verificatosi nel secondo dopoguerra) si contrapponeva la grave crisi involutiva dell'economia rurale.
Questa dicotomia nello sviluppo era stata alla base di quella che fu poi chiamata la "rivolta delle zone interne", come movimento inteso a correggere le distorsioni provocate da quella industrializzazione "per poli" che aveva caratterizzato la prima fase delle politiche di sviluppo. Vi è da ricordare, in proposito, che la polemica tra "poli" di localizzazione industriale e insediamenti da diffondere "armonicamente" nel territorio era divenuta allora uno dei campi di scontro più frequentati dalle forze politiche e sindacali dell'isola.
Forse oggi, con più serenità di allora, è possibile comprendere come la scelta dei "poli" fosse stata economicamente obbligante, anche perché la sola soluzione possibile in un'isola ancora priva di una efficiente distribuzione di idonee infrastrutture (dall'acqua all'energia ed alle strade). Ma non può peraltro stupire che, in una regione demograficamente immobile da secoli, avesse destato forte contrarietà il progresso delle aree cagliaritane, sassaresi e olbiensi in confronto al regresso registratosi nelle comunità dell'interno (Barbagie, Mandrolisai, Ogliastra, Baronie, Montiferru, Sarcidano, ecc.).
In questa forte richiesta di un riequilibrio territoriale attraverso la diffusione armonica delle occasioni di sviluppo, si sarebbero scontrate due opzioni: l'una indirizzata a portare fabbriche e stabilimenti industriali anche nelle zone interne per sconfiggere la monovalenza pastorale; l'altra intesa a difendere il primato del pastore, elevandolo al ruolo d'oppositore verso ogni forma di sudditanza coloniale rappresentata dal nuovo moloch del capitalismo industriale. Nello scontro, anche drammatico, di queste due opzioni si sarebbe consumato, in tempi brevissimi, il fallimento di quello che era stata chiamata l'industrializzazione della Sardegna centrale, vista come "bonifica sociale" per quelle popolazioni.
Si era trattato, in buona sostanza, di cercar di annullare quella separatezza del mondo barbaricino con l'altro mondo civile su cui aveva scritto pagine illuminanti Antonio Pigliaru, definendo le zone interne - le Barbagie, appunto - come aree d'una società premoderna, separata dalla storia e dal mondo, in cui continuavano a permanere, nei confronti delle realtà esterne, atteggiamenti e regole, se non proprio di contrapposizione, almeno di chiusura e, soprattutto, di indifferenza morale. Ed era proprio quel mondo - citiamo qui un bel saggio di Salvatore Mannuzzu - che negli anni Sessanta era entrato in collisione con la modernità, alimentando quelle dolorose ferite alla sicurezza sociale rappresentate dall'esplodere di forme aggressive di criminalità e dal proliferare dei sequestri di persona a scopo estorsivo.
In quest'ottica, il lavoro svolto dalla Commissione Medici aveva inteso porre il problema del recupero alla civiltà modernizzante delle c.d. zone interne come "centrale" per avere un vero sviluppo della Sardegna. Perché, aveva osservato giustamente il Presidente Medici, "i fenomeni tipici della criminalità sarda sono il prodotto del mondo pastorale barbaricino. Ma bisogna subito aggiungere che la Barbagia è una contrada della Sardegna e che questa regione fa parte della Repubblica italiana": era quindi compito dello Stato far sì che le cause di quel malessere sociale venissero rimosse, liberando definitivamente quelle contrade dal germe inquinante delle attitudini banditesche. Proprio perché - come avevano affermato taluni osservatori - non erano tanto le condizioni economiche e sociali a generare la delinquenza, quanto la delinquenza a portare il sottosviluppo.
Le conclusioni dell'inchiesta avrebbero così indicato nella "bonifica" modernizzante della società agro-pastorale la condizione sine qua non per permettere all'intera isola di raggiungere un benessere di livello continentale. Era, a ben pensarci, una riproposizione in chiave contemporanea della necessità di dover ricomporre l'antica antitesi, già indicata dal Bajlle ai soci della "Reale Società", tra "la pastorale" e agricoltura (qui intesa come sinonimo di modernità).
La Commissione aveva inteso suddividere il proprio lavoro in cinque gruppi d'indagine, che s'erano concentrati su questi temi: sulla genesi della criminalità sarda (coordinatore il sen. Zappa); sulle misure di prevenzione e repressione degli atti criminosi (on. I. Pirastu); sulla trasformazione dell'economia agro-silvo-pastorale (on. Marras); sullo stato della pubblica amministrazione e della scuola (on. Pitzalis) e, infine, sullo stato di attuazione del piano di Rinascita (sen. Del Falco). Il lavoro era stato poi sintetizzato in cinque relazioni che formeranno l'ossatura dell'intera inchiesta, poi riassunta dal sen. Medici nella sua relazione conclusiva. Così come previsto dalla legge istitutiva, la Commissione aveva anche indicato una serie di proposte per il Parlamento perché, tradotte in provvedimenti legislativi, potessero avviare quella "bonifica" sociale nelle aree pastorali, necessaria per il loro recupero alla modernità ed al progresso.
Ora, a quel che interessa più d'ogni'altra cosa rilevare in quest'articolo rievocativo, è il nesso tra obiettivi e risultati raggiunti, per quelle che erano state le indicazioni conclusive della Commissione. Secondo la relazione finale del sen. Medici esse dovevano principalmente consistere:
C'era poi - a monte di tutto - il problema della criminalità, della sua genesi e, soprattutto, come prevenirla e reprimerla. Due erano gli aspetti principali che l'inchiesta aveva enucleato: il primo riguardava la lentezza della giustizia che originava il fenomeno della latitanza (chi era incriminato per un delitto cercava di evitare, dandosi alla macchia, il carcere preventivo), tanto da far ritenere che la latitanza sarda fosse la naturale scuola del banditismo. Il secondo, non meno importante, riguardava la necessità di presidiare efficacemente il territorio e, conseguentemente, pensare al potenziamento della rete di stazioni di Carabinieri da affidare a personale efficiente e buon conoscitore dell'ambiente.
Dentro questo scenario aveva trovato facile introduzione, a partire soprattutto dagli anni Sessanta, il reato del sequestro di persona a scopo estorsivo, fino a farlo divenire il segno distintivo e dominante della nuova criminalità sarda. Il fatto che i sequestrati fossero stati di regola custoditi e rilasciati in provincia di Nuoro (o nelle zone limitrofe della Gallura e del Goceano), che la manovalanza fosse reclutata prevalentemente fra i latitanti-pastori e che gli ostaggi fossero stati custoditi in prevalenza in capanni od in grotte a breve distanza da un ovile, aveva indotto i commissari a ritenere che fosse un tipico reato legato all'ambiente pastorale barbaricino.
Su questa ipotesi avevano concordato anche gli esperti utilizzati dai parlamentari per approfondire le loro analisi: la professoressa Nereide Rudas aveva infatti confermato che "la criminalità sarda, nelle sue espressioni più caratterizzanti e peculiari, si richiama alla cultura pastorale che la esprime. Tanto che i fenomeni di criminalità più individualizzati e tipicizzanti l'area sarda sono riconducibili al sistema pastorale".
Anche i più recenti episodi di questo reato (fortunatamente assai meno frequenti: pensiamo ai sequestri Kassan, Vinci, Furlanetto, Licheri e Melis ad esempio), riportano all'interno dello stesso habitat pastorale e, tutto sommato, ripetono identici rituali e procedure. Può solo far riflettere la differente interpretazione che la magistratura e gli organi inquirenti dell'isola in questi ultimi anni vanno dando all'organizzazione delinquenziale dei sequestri, rilevandone legami e connessioni, spesso criptici, con ambienti e personaggi di collocazione urbana. Contestando (o contraddicendo), quindi, uno dei presupposti su cui era fondata l'interpretazione data dalla Commissione Medici a quei reati.
C'è comunque - al di là d'ogni piccolo dettaglio - una sorta di continuismo tra la Sardegna dell'inchiesta Medici e quella che abbiamo davanti ai nostri occhi. Sono cambiati molti parametri, ma sono tuttora presenti, e con fenomenologie allarmanti, le differenze di reddito fra le zone della polpa (città e aree costiere) e quelle dell'osso (i paesi e le zone interne). Continuano ad esserci sempre due Sardegne, contraddistinte da situazioni di vita e di lavoro completamente differenti. E c'è sempre la necessità, per una certa cultura deviata, di commettere atti criminosi "non per bisogno di denaro, ma di più denaro".
Nei suoi termini essenziali, quel che la Commissione aveva allora indicato, rimane sempre attuale, perché - trent'anni dopo - quel che veniva sperato (la conquista di un benessere effettivo per tutto il popolo sardo) sembra essere rimasto solo un sogno. Si pensava che la tenacia, virtù tipica dei sardi migliori, potesse riuscire a superare le difficoltà di sacche di resistenza in un ambiente retrogrado ed ostico ad ogni cambiamento. Al contrario, sarebbero state sempre molto agguerrite le forze impegnate a remare contro, tanto che gli indirizzi suggeriti dalla Commissione Medici sono stati via via disattesi, dimenticati od abbandonati.
Sono molte le domande che si affacciano oggi a chi ripensa a quell'esperienza e cerca di ripercorrerne i passaggi fondamentali.
C'è infatti da domandarsi: non è forse vero che ancora oggi il mondo pastorale sardo versa nelle condizioni molto simili a quelle del passato, e che le tante riforme annunciate o previste sono rimaste in gran parte solo sulla carta? E che al suo interno continuano a permanere sacche di un'istintiva criminalità ostile ad ogni tentativo di bonifica e di redenzione?
Non è forse vero che il progresso economico si è ancor più allontanato dalle nostre zone, che le capacità occupazionali del sistema produttivo locale si sono ancor più diluite e che l'inoccupazione giovanile è divenuto il problema centrale di un'isola rimasta estranea alla modernizzazione di gran parte dell'economia europea?
Non è forse vero che, con il passare degli anni, è ancora più scaduta l'efficienza delle pubbliche amministrazioni e che soprattutto quella regionale viene ora imputata d'ogni incapacità e d'ogni insufficienza?
Non è infine vero che si sono sempre più aggravate le dicotomie fra mondo urbano e mondo rurale e che la Sardegna interna pare attanagliata da una crisi divenuta ormai patologica, senza che ci si preoccupi o si agisca, dall'interno e dall'esterno, per ricercarne soluzioni?
La Sardegna e i suoi problemi aveva titolato il senatore Giuseppe Medici la sua relazione conclusiva sui lavori della Commissione. È un titolo di trent'anni fa che potrebbe essere ancora quello d'un documento d'oggi. Trent'anni perduti, quindi? Non si può e deve essere così pessimisti, ma quel che induce a riflettere è che il tempo rimane per i sardi una variabile indipendente del vivere e dell'agire.
Come quelli del pastore, i nostri sono sempre tempi lunghi, lenti ed uguali nei ritmi e nelle pause. Perché il domani del pastore è sempre uguale all'ieri ed all'ieri l'altro. Purtroppo il mondo d'oggi corre su altri tempi e con altre velocità, ed è a questi che si deve guardare e ad essi occorre ispirarsi, sia dalle strade d'una città come dai tancati delle campagne.
[questo articolo è stato pubblicato sul numero 2/2002 di "Sardegna Economica"]
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